Il recente scivolone di Bitcoin non sarebbe colpa dei politici ma di un rubinetto di dollari che si sta chiudendo, secondo l’ex CEO di BitMEX Arthur Hayes, e la lettura è meno banale di quanto sembri.
Capita spesso di guardare il grafico di Bitcoin e pensare che dietro ogni crollo ci sia una frase sbagliata, un tweet, una dichiarazione shock. In realtà, se si parla di migliori criptovalute, la vera forza che le muove spesso è molto più noiosa: la liquidità.
Hayes parte da un’immagine molto concreta. Ogni anno va a sciare in Hokkaido, dove il meteo cambia all’improvviso. All’inizio della stagione bisogna decidere se partire o no con poche informazioni, un po’ come succede a chi prova a capire dove andranno i mercati finanziari.
Secondo lui, i trader crypto vivono nello stesso modo. Non hanno mai tutti i dati, ma devono scegliere comunque se stare dentro o fuori, per questo Bitcoin è una specie di bandiera che indica da che parte tira il vento dei dollari, più che dell’umore politico.
Bitcoin come termometro della liquidità
Hayes definisce Bitcoin “la banderuola di libero mercato della liquidità fiat globale”. Tradotto, non è solo un asset speculativo ma un sensore che reagisce a quanta moneta viene immessa o drenata dal sistema. Quando la liquidity aumenta, tende a festeggiare.
Dopo la turbolenza dei mercati del 2 aprile, durante quella che chiama “Liberation Day”, Hayes era convinto che stesse iniziando una nuova fase di bull market. Gli indizi sembravano buoni: stimoli fiscali, segnali accomodanti dall’amministrazione Trump, meno tensione sui dazi.
Poi, però, la musica è cambiata. Dai massimi di inizio ottobre, Bitcoin ha perso circa 25%, e molti hanno subito puntato il dito sulle solite storie: elezioni, dichiarazioni, paura del futuro. Hayes non è d’accordo e guarda prima di tutto alla liquidità in dollari.
Nel suo articolo cita un indicatore proprietario, l’USD Liquidity Index. Secondo i suoi calcoli, da aprile questo indice è sceso di circa 10%, mentre nello stesso periodo Bitcoin era ancora salito di 12%. C’era quindi un disallineamento tra prezzo e flusso di dollari reali.
Il ruolo nascosto degli ETF su Bitcoin
Secondo Arthur Hayes, questo scarto è stato mascherato per un po’ da due elementi: gli afflussi negli ETF su Bitcoin e gli acquisti delle società di Digital Asset Treasury, le famose DAT come Strategy. In apparenza sembrava domanda sana e di lungo periodo.
In pratica, però, molti di quei soldi non erano di investitori che volevano tenere Bitcoin per anni. Erano hedge fund che facevano trade: compravano ETF spot e contemporaneamente shortavano i future su CME per guadagnare sulla differenza di prezzo, non sulla direzione del mercato.
Quando lo spread tra ETF e future si è ristretto, questo gioco ha smesso di essere interessante. I fondi hanno chiuso le posizioni, vendendo ETF e riducendo l’esposizione. Risultato: grandi deflussi dagli ETF proprio mentre la liquidità generale in dollari stava già rallentando.
DAT, sconti in Borsa e stop agli acquisti
Hayes segnala anche un altro pezzo del puzzle. Le DAT, cioè le società che tengono Bitcoin in bilancio e sono quotate in Borsa, hanno iniziato a vedere il prezzo delle loro azioni scendere sotto il valore delle riserve, cioè in sconto rispetto al patrimonio netto.
Quando succede, ha poco senso per loro continuare a comprare altre crypto. Ogni dollaro usato per accumulare Bitcoin rischia di non essere riconosciuto dal mercato azionario, perché il titolo continua comunque a prezzare meno del valore reale in pancia alla società.
Senza il contributo delle DAT e con gli hedge fund che smontano le operazioni, viene meno un pezzo importante di domanda. A quel punto, dice Hayes, è normale che Bitcoin scenda per allinearsi a un contesto di liquidità più tirata, nel breve periodo.

